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Inversione di marcia - Venerdì 12 Febbraio

Troppe volte viviamo di inizi pieni di entusiasmo e poi finiamo per perderci lungo la strada. Spesso, a causa di delusioni e incomprensioni, ostacoli e cadute, pensiamo che non valga la pena neanche provarci, che ogni tentativo sia inutile. 

Tra false partenze e brusche frenate, finiamo per credere sia meglio ritirarci in buon ordine, rinchiuderci in noi stessi, tapparci orecchie e bocca. 

Ci sentiamo ormai saturi di parole senza senso, di promesse infrante, di attese mai pienamente compiute. Siamo stanchi di narrare storie che sembrano sempre interrompersi sul più bello, e così finiamo per accontentarci di emettere suoni confusi che esprimono solo delusione, rabbia, malcontento.

Gesù ci invita a cambiare rotta, ad invertire questa tendenza. Non è più tempo per restare chiusi a leccarsi le ferite, a contemplare tristemente fallimenti e delusioni. 

Egli risana le nostre orecchie perché possano tornare ad ascoltare quella parola capace di ri-crearci; scioglie la nostra lingua perché di nuovo sia capace di parlare correttamente il linguaggio della bellezza, della fraternità, della speranza. 

"Apriti!". È il momento di mettere fine a questo lungo inverno, di uscire da quelle tane dove ci siamo rifugiati, di lasciarci illuminare dalla luce gentile di Cristo che ci invita a fiorire di nuovo. 

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Mc 7,31-37


In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.

Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.

E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».




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