L'incredulità della sua stessa gente appare un ostacolo troppo grande; perfino Gesù ha le mani legate e per questo motivo non riesce a operare come vorrebbe. La sua storia, il suo passato, la provenienza e l'appartenenza familiare... sembrano esserci dei condizionamenti troppo grandi per riuscire a guardarsi con libertà, riconoscersi nella verità e accogliersi con carità.
Un'esperienza che attraversa i secoli, una tentazione che si annida troppo spesso nel cuore dell'uomo. La gente fa presto ad attaccarti un'etichetta addosso e a incasellarti in maniera definitiva. Le persone difficilmente ti chiedono "chi sei"; preferiscono sapere "di chi sei figlio", perché è più comodo giudicarti a partire da pregiudizi. Riuscire a sapere se sei figlio di un umile carpentiere o di un illustre professionista significa per alcuni poter semplificare tutta la complessità della tua vicenda, poter emettere un giudizio quasi definitivo.
Ma non sono solo gli altri a lasciarsi trarre in inganno da questa logica; noi stessi rischiamo di cadere inavvertitamente nel tranello. Guardiamo alla nostra storia spesso con fatica e rassegnazione. Pensiamo che essere nati e cresciuti in un contesto particolare e aver vissuto delle esperienze anziché altre abbia condizionato in maniera irreversibile non soltanto il nostro presente, ma anche il futuro. Ci convinciamo che le scelte degli altri, quelle che hanno fatto al posto nostro, abbiano segnato in modo indelebile il cammino della nostra esistenza e che non ci sia modo alcuno di invertire la rotta.
Un fardello enorme che sembra gravare sulle nostre spalle, almeno finché non impariamo che la storia non è soltanto il luogo dove si sperimenta il limite, ma è soprattutto quello in cui si concretizzano una serie di possibilità.
Essere "figlio del falegname" sembrava rappresentare agli occhi di quella gente un grave handicap, una macchia troppo evidente nel curriculum dell'aspirante messia; per Gesù, invece, essere figlio di Giuseppe diventa occasione propizia per imparare il valore del sacrificio e del silenzio, del lavoro e dell'onestà, della dedizione e della fedeltà vissuta nel quotidiano.
Proviamo a non lasciarci più condizionare dai pregiudizi, cerchiamo di non lamentarci più per i condizionamenti; impariamo invece a riconoscere nella nostra storia personale tutte quelle preziose opportunità che essa ci offre, grati per essere "figli di..." quel padre e quella madre, quella terra, quella cultura, quella fede.
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Che tu sia figlio di un re o capo di stato,
che tu sia buono come il pane, o brutto e maleducato [...]
Puoi chiamarti ufficiale, puoi chiamarti soldato.
Puoi persino morire.
L'amore, soltanto l'amore può farti guarire.
FIGLIO DI UN RE - CESARE CREMONINI
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Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 13,54-58
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

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